Paolo Pizzarotti
 

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Paolo Pizzarotti
Paolo Pizzarotti

Paolo Pizzarotti e il figlio Michele
Paolo Pizzarotti e il figlio Michele

Paolo Pizzarotti e i figli
Paolo Pizzarotti e i figli durante la
celebrazione del centenario

IMPRENDITORE E GENTILUOMO
Arrivato a capo dell'azienda di famiglia a soli diciannove anni, a causa della prematura scomparsa del padre, Paolo Pizzarotti ha portato avanti la sua filosofia di lavoro e di impresa che ha sempre messo l'uomo davanti al denaro e che lo ha portato, dopo oltre quarant’anni di grande impegno, a guidare con sicurezza una delle imprese italiane che il mondo ci invidia.

La grande pacatezza nella voce, che si accompagna al tono risoluto del grande manager abituato a gestire risorse umane e capitali in giro per il mondo, è il primo inequivocabile indizio che quella con Paolo Pizzarotti sarà senza dubbio una chiacchierata interessante. E non solo perché questo distinto signore dai capelli brizzolati e dallo sguardo acuto è il presidente della Mipien Spa, holding del Gruppo Pizzarotti di Parma, che impiega circa 2500 dipendenti e che già vent'anni fa venne nominato Cavaliere del Lavoro per i grandi meriti che la sua azienda aveva conseguito a livello nazionale e, soprattutto, internazionale. Sì, perché il Gruppo Pizzarotti - bellissimo esempio di azienda di famiglia all'italiana, fondata nel 1910 dal nonno Gino, portata avanti poi dal padre Pietro e oggi già presidiata dai figli Pietro, Enrica e Michele -, dopo la costruzione di importanti opere in Italia e all'estero, come il modulo di scambio della stazione ferroviaria alta velocità/rete metropolitana dell'aeroporto Charles de Gaulle di Parigi o la realizzazione di un impianto idroelettrico a Pagsanjan nelle Filippine, continua la sua crescita industriale costante e razionale. Che la vede impegnata nella costruzione della galleria di Sedrun, in Svizzera, sulla linea ferroviaria del Gottardo e nella realizzazione della Pedemontana Lombarda nelle vesti di Contraente Generale, oltre che in altre importanti opere in Francia, Romania, Algeria e Marocco.
Un curriculum impressionante quello della holding che presiede: da dove inizia il percorso che l'ha portata fino a qui? Quanto è stata importante la sua formazione?
«Fondamentale, soprattutto quella umana. Le spiego. Non voglio certo sminuire i meriti della facoltà di Legge di Parma presso la quale mi sono laureato nel 1972. Ma a quel tempo, a causa della prematura morte di mio padre era già da sei anni che avevo dovuto prendere in mano le redini dell'azienda di famiglia. Così le posso tranquillamente dire che la mia vera formazione l'ho avuta lì, sul campo, lavorando per l'impresa che mio padre e mio nonno avevano costruito. E se ho potuto farlo con così grande profitto per me e per i miei dipendenti un merito grandissimo va anche a chi mi è stato vicino: ovvero uno zio e gli anziani dirigenti di mio padre. Sono loro che mi hanno preso per mano e portato a specializzarmi in questa difficile area industriale e imprenditoriale direttamente sul campo. Glielo dico sinceramente: se non ci fosse stato questo gruppo di persone per bene a supportarmi non credo che oggi saremmo qui a parlare dei miei successi di imprenditore».
Immagino allora che sul campo abbia imparato anche la difficile arte della gestione delle risorse umane…
«Crescere in un contesto cosiddetto provinciale - aggettivo che per me è positivo, davvero, a tutto tondo - circondato da tante persone serie, attente in azienda tanto all'aspetto industriale ed economico quanto a quello umano e personale, mi ha permesso fin da subito di capire come la gestione delle risorse umane in una grande azienda sia una delle componenti fondamentali per raggiungere un successo che sia anche durevole. Ancora oggi, ad esempio, cerco di trattare i rapporti interni con i dipendenti in prima persona, per quanto mi è possibile, perché fortunatamente assumiamo molto. Dovendo gestire un'impresa che spesso porta il suo lavoro in paesi lontani e nei quali magari il modo di vivere e pensare è molto diverso dal nostro - penso ad esempio a una realtà difficile e complessa come quella dell'Algeria - è fondamentale essere in grado di scegliere collaboratori che abbiano grandi doti lavorative ma anche importanti capacità morali. Che permettano loro di lavorare bene per se e per l'azienda anche a tanti chilometri da casa».
E questa impostazione aperta all'uomo immagino si riversi anche sulla famiglia Pizzarotti...
«Il nostro è un lavoro rischioso e impegnativo, anche se ricco di soddisfazioni non solo economiche: per questo chi lo vuole gestire, come fa la mia famiglia da tre generazioni, deve sapere che ci possono essere problemi da risolvere 365 giorni all'anno. E tu ci devi essere sempre, in prima persona, a dare l'esempio. Questo è il pensiero che ho trasmesso ai miei tre figli Pietro, Enrica e Michele: tutti fortunatamente lo hanno capito e si sono impegnati in un percorso di formazione lavorativa anche sul campo, ovverosia direttamente dentro ai problemi dell'azienda, proprio come feci io a suo tempo. Così anche loro oggi sono in grado di capire che è l'uomo al centro, sempre. Noi veniamo da una tradizione famigliare di persone che lavorano insieme, amici non solo parenti, e che si sono trasmesse di generazione in generazione la voglia di fare per crescere, anche economicamente perbacco. E posso dire con orgoglio che, nonostante tutti i problemi legati al settore delle costruzioni industriali, se noi resistiamo, anzi cresciamo, è proprio grazie a questa serietà, insisto nel dire da "provinciali", che fortunatamente ci contraddistingue».
A tal proposito, che idea si è fatto della situazione in Abruzzo?
«Innanzitutto che bisogna trarre insegnamento da quello che è successo perché non accada mai più. E mi sembra che tutte le parti coinvolte, governo in primis, abbiano adottato l'atteggiamento giusto di fronte a una catastrofe del genere. Io poi posso dirle due cose. Da imprenditore, che bisogna sviluppare sempre più le proposte di edifici modulari ed ecocompatibili, come facemmo noi all'indomani delle simili tragedie successe in Campania e Basilicata. Come uomo, conoscendo per esperienze lavorative passate bene gli abruzzesi, che sono persone solide e volitive, credo avranno modo di essere fin da subito attivi nella ricostruzione della loro bellissima regione».
Una tragedia che ha colpito molte famiglie: già che siamo in tema mi racconti qualcosa della sua ...
«Innanzitutto le posso dire che la famiglia è la mia priorità assoluta al di fuori del lavoro. Con quattro nipotini, che presto diventeranno cinque, ma anche con quattro cani e un gatto, non posso che dirle che siamo una bella famiglia allargata. Tutti insieme poi condividiamo la passione per la vita all'aria aperta e per il mare».
Non mi dica: Paolo Pizzarotti riesce anche ad andare in vacanza?
«Sicuramente, anche perché oggi la tecnologia ci permette di essere sempre collegati col lavoro e questo facilita anche la voglia di prendersi qualche, breve, momento di pausa. Come dicevo, io amo molto il mare: è l'elemento naturale che più mi rilassa e appena posso mi rifugio nella mia casa in Versilia, non troppo lontano da Parma quindi, ma in un luogo dove posso distendermi e concentrarmi un po' di più su di me e i miei cari. Certo poi ho anche altri posti preferiti, ma in genere sempre di mare parliamo: sono saltuariamente in Costiera Amalfitana, sul Mar Rosso, a Lampedusa, in Grecia: basta che mi trovi a contatto con l'acqua e con il sole e sono felice».
Continuiamo a indagare nel suo privato: se ce l'ha, quale è il suo motto per la vita?
«È semplicissimo: "camminare e costruire". Sono convinto che la bontà del progresso sul quale si costruirà il futuro dipende solo da noi stessi. E quindi, se andiamo avanti anche in un lavoro importante e impegnativo come quello che facciamo col Gruppo Pizzarotti, stando sempre molto attenti alle prospettive dell'uomo e della natura, non potremo fare altro che crescere e progredire, migliorando costantemente la vita delle persone. Mi piace fare l'esempio della Francia, paese all'avanguardia in tante cose, che è appena dietro l'angolo di casa nostra e al quale dovremmo guardare di più per migliorare noi stessi. Soprattutto perché li hanno un senso dello stato e del "bene comune" che da noi manca molto. E questa mancanza si sente, mi creda, anche dal punto di vista di un imprenditore che vuole crescere insieme al contesto nel quale vive».
Quali sono allora secondo Paolo Pizzarotti i percorsi di crescita del settore delle costruzioni nell'Italia del futuro?
«A mio avviso andrà fatta in primo luogo un'intensificazione delle opere pubbliche, penso soprattutto alle infrastrutture, che nel nostro paese mancano molto e che sono una vera chiave di volta per migliorare le condizioni, economiche ma anche di vita, di tutti noi. La creazione e l'implementazione di linee ferroviarie, autostrade e metropolitane sono una condizione fondamentale per far si che dalle nostre città si elimini il grande traffico che le paralizza e che impedisce alle persone - che passano ore e ore ogni giorno imbottigliate e scontente - di migliorare la qualità della loro vita. Pensi che all'estero, in Svizzera oltretutto, un altro luogo a noi vicinissimo, stiamo collaborando con Alptransit a un progetto che prevede di portare tutto il traffico pesante dalla strada alla ferrovia. L'investimento è stato imponente, circa 30 miliardi di euro, ma alla fine vuoi mettere quanto ne guadagnerà l'intera società civile?».
E in Italia? Siamo davvero così indietro rispetto agli altri?
«Purtroppo, finché reggerà la logica del "particolare", secondo la quale per fare una cosa bisogna sempre avere il consenso globale di ogni singolo elemento in gioco in una situazione, saremo sempre inevitabilmente in ritardo. Penso alla linea dell'alta velocità Torino - Lione, che la miopia del singolo interesse locale tiene bloccata tagliandoci fuori dallo scenario europeo. Ma penso anche alla realizzazione dell'altra linea Milano - Bologna, dove per ogni euro usato per la costruzione della linea stessa, ne sono stati spesi altrettanti per realizzare le varie infrastrutture cosiddette "compensative" a favore dei comuni interessati dal passaggio della ferrovia. Mi creda, non ne faccio una questione politica: ma da imprenditore che crede nell'etica del lavoro, vedere la fatica che fa il mio paese a crescere mi rattrista molto».
Mi dica invece: qual è stato l'insegnamento più prezioso che ha ricevuto? Quello che l'ha fatta crescere di più?
«Mi ripeto, e anche se sarò noioso, pazienza. È quello per il quale l'attenzione all'uomo non deve mai mancare nemmeno nell'impresa. Se da giovane non avessi avuto accanto persone che mi hanno sostenuto e spronato non sarei qui. Allora cerco di fare lo stesso con gli altri e di trasmettere il mio entusiasmo. Poi ho la fortuna di condividere vita e lavoro con persone che la pensano come me: due dei nostri amministratori delegati, ad esempio, sono miei amici d’infanzia che sono in azienda da sempre. Non certo però perché raccomandati, ma perché hanno sempre condiviso questa visione della gestione aziendale».
Bene: e dopo il lavoro quali sono gli altri suoi interessi?
«Uno importante, bello e che mi da soddisfazioni è quello nel vino. Nel 2004 siamo entrati in un'azienda vitivinicola del parmense e oggi quell'esperienza partita come un semplice hobby dovuto al mio amore per la natura e alla voglia di migliorare è diventato un progetto all'avanguardia. Sono davvero soddisfatto, glielo confesso senza falsi pudori, che la nostra Monte delle Vigne (www.montedellevigne.it) produca oggi vini di qualità derivanti solo da coltivazione biologica. Sono sessanta gli ettari di viti che abbiamo nella zona di Ozzano, all'interno della riserva del Taro, e che ci permettono di fare prodotti di qualità nel totale rispetto della natura. Poi io sono emiliano di nascita, insomma, quindi il dna dell'agricoltore non mi manca proprio e ne vado fiero. Tanto che anche da giovane provai a sviluppare un'attività nel Parmigiano Reggiano. Oggi sono riuscito a realizzare questo mio piccolo sogno "contadino" e ne sono contento. E lo dico anche da appassionato di vino».
A proposito di bere, e mangiare: a cena con un nemico?
«Volentieri, chiunque esso sia, ma solo se ci fosse un reale interesse nel dirimere le questioni che ci separano. Il solo modo che conosco per risolvere i problemi è quello di essere costruttivo e propositivo, altrimenti non mi interessa nemmeno mettermi in gioco».
I momenti importanti della sua vita a cosa sono legati?
«Sono un grande amante delle canzoni di Gino Paoli e cerco sempre di leggere molto per avere nuovi stimoli. L'ultimo libro che ho letto è stato "II Tiranno", di Valerio Massimo Manfredi, un bell'esempio di uomo che fa le sue scelte e le porta fino in fondo».
In negativo invece, una delusione che non le è passata?
«Tante forse, ma non mi piace ricordarle molto, perché cerco sempre di mettermi il passato dietro le spalle e di guardare al futuro. Le confesso però che quella che mi ricordo ancora è una forte delusione legata alla mia passione calcistica di tifoso. Quando il mio Milan nel lontano 1973 perse 5 a 3 a Verona e lasciò lo scudetto agli "odiati" avversari della Juventus, beh, ci rimasi così male, che me lo ricordo ancora».
Un'ultima domanda: tre parole per definirsi?
«Sinceramente, non ne ho idea!». Ecco, sta tutta in questa ultima nobile, anche se apparentemente superficiale, affermazione, la forza di un uomo che ha costruito un impero industriale sulla sua voglia di migliorare la sua vita, della sua famiglia, ma anche di tutti gli altri che lo circondano, e che magari non lo conoscono neppure. E pazienza se non gli viene in mente nessuno scontato cliché per raccontarsi: lo ha già fatto perfettamente rispondendo alle nostre domande con il brio di un ragazzino, entusiasta per il vino e per il calcio, e con la forza morale di un uomo che sa quello che vuole. Meglio non pensare a quante ce ne vorrebbero oggi in Italia di persone, oltre che imprenditori, del genere...

(Estratto dall’articolo pubblicato da Mastermeeting 05/2009.)

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